Mirko Artuso in Piccola Patria

Mirko Artuso - Piccola PatriaMIRKO ARTUSO IN PICCOLA PATRIA.

L’ATTORE TREVIGIANO NEL FILM DI ROSSETTO, ATTUALMENTE CANDIDATO AI NASTRI D’ARGENTO E AL GLOBO D’ORO INTERPRETA UN RUOLO DIFFICILE E DRAMMATICO.

Un ruolo complesso quello che l’attore trevigiano Mirko Artuso affronta sul set del film di Alessandro Rossetto, “Piccola Patria“. E mentre il film viene candidato ai Nastri D’Argento, per il soggetto (Rossetto-Caterina Serra) e al Globo D’Oro, per le musiche (Paolo Segat, Alessandro Cellai e Maria Roveran), e viene proiettato (l’8 e il 12 giugno) nella prestigiosa rassegna “Open Roads“, 14° edizione, l’evento più significativo dedicato al cinema italiano contemporaneo in USA, curata dal Program Director della Film Society of Lincoln Center, Artuso ci racconta la sua esperienza nel lungometraggio che ha convinto critica e pubblico, nello speciale che Nordest Boulevard dedica al film.

Mi racconti un po’ i luoghi-non luoghi in cui avete girato Piccola Patria?

La casa, l’azienda agricola e l’albergo, ma anche la campagna vicina, e il paesaggio, che le circonda e contiene, sono il mondo poetico e, nello stesso tempo, concreto in cui è nato il film e i personaggi che abbiamo interpretato. Le stazioni dei treni, le chiese, le piazze, in cui abbiamo vissuto per mesi, intrecciando realtà e finzione, sono stati fondamentali per prendere spunti per “suggerire” ai personaggi il giusto stato emotivo. Tutto il paesaggio ha avuto un ruolo determinante per il mio lavoro sul ruolo; la carica emotiva è arrivata sempre dal set che Alessandro Rossetto ci proponeva e ci ha dato grande libertà di azione in questo. Stare giorni in un luogo per un attore è importante. Finisce finisce che diventi quel luogo, perché quel luogo ti racconta chi sei, sedimenta in te.  Allora ci dormi, ci vivi, e ci lavori, fino a diventarne parte e le persone che abitano davvero quei luoghi si confondono in te e tu in loro. Per tutto il tempo della lavorazione l’adesione è stata totale e questa è una delle parti più affascinanti e appaganti di questo mestiere. Il film è una tragedia classic,a vissuta in un non-luogo che Alessandro ha saputo fotografare con coraggio, raccontando una condizione umana universale. Il coro di questa tragedia è fatto dai paesaggi, dai personaggi dentro i luoghi, dalla asprezze che li circondano. Per raccontare questo mondo torbido e meschino, Rossetto si è mosso tra i bunker della seconda guerra mondiale nel Trentino e l’azienda agricola e l’albergo di Villafranca Veronese.

Come è stato il rapporto con Rossetto e lo sviluppo del tuo personaggio?

Alessandro è venuto più volte a vedermi a teatro e ogni volta mi raccontava brani diversi della sceneggiatura e abbiamo cercato insieme di capire chi era Franco Carnielo, il personaggio che interpreto. Abbiamo incontrato molte persone vicine al movimento indipendentista, parlato a lungo dell’idea di smarrimento e di fallimento in cui molti uomini oggi si trovano, ma non abbiamo mai definito in forma precisa e netta il personaggio, è sempre stato molto mobile il pensiero che avevamo di lui. Poi io ero in tournèe a Roma e ho incontrato mia figlia (Maria Roveran) e mia moglie (Lucia Mascino) e per qualche giorno abbiamo condiviso momenti diversi della giornata. Si lavora raccogliendo e sommando sensazioni molto diverse tra loro, e si cerca di contenerle per restituirle, rinnovate, sul set davanti alla macchina da presa. Io sono il padre di Luisa, il mio Franco Carnielo è un perdente in un Nordest vincente che azzera chi smarrisce il successo. Sono un padre-padrone, rancoroso e perso nel vuoto, un piccolo commerciante costretto a chiudere per guai col fisco: simpatizza per i “venetisti” e ha una moglie marchigiana e una figlia attiva e curiosa, che ama persino la lingua cinese. Niente di più distante.

Aver girato anche con telecamere nascoste nel corso di momenti reali (la chiesa, il raduno degli indipendentisti) vi ha fatto restare costantemente nel ruolo?

E’ stato l’aspetto più complesso e stimolante delle riprese. Questa condizione ti chiede come attore di arrivare ad un grado di verità molto alto, non c’è finzione e devi essere credibile davanti a qualcuno che non sta interpretando un ruolo. Le persone che stavano a quei raduni, in quei luoghi, erano loro stesse fino in fondo. Non si tratta di fingere, non è possibile.

Quali ritieni siano i pregi di questo film?

Rossetto racconta con una visione molto precisa e lucida quel mondo, la provincia, la profonda provincia, che appare così incredibile e così lontano, che invade le vite e ci mostra il presente senza sconti. In questo mondo ha lasciato liberi noi attori di interpretare e suggerire questi paesaggi devastati dal vuoto culturale, la nostra condizione: paranoica, sconfitta, affamata di affetto, capace però di improvvise fiammate di tenerezza e risentimento.

Qual è il Nordest che vedi tu e la sua prospettiva futura?

Purtroppo per ora quella che abbiamo raccontato nel film Piccola Patria. Ma sono un ottimista di natura e ho fiducia.

Al cinema in questi mesi ci sei anche con un altro film legato al Nordest: La sedia della felicità. Presentaci il tuo ruolo ed anche un tuo ricordo di Mazzacurati, con cui hai collaborato lungo il suo percorso artistico.

La giusta distanza è il film in cui è nata la nostra amicizia. Ci si conosceva da tempo, Carlo veniva spesso a teatro e gli piaceva molto sentire raccontare storie, gli piaceva Cicana il personaggio che faccio in Libera Nos.  Poi  abbiamo girato La giusta distanza insieme e la scorsa estate La sedia della Felicità. Regista e sceneggiatore sensibile e lungimirante, Carlo mi suggeriva storie da leggere e l’ultima volta che ci siamo visti gli ho raccontato la storia che vorrei diventasse un film. Gli avevo raccontato solo poche immagini ed era già entrato in sintonia con me. Aveva già capito tutto. Affabile e gentile. Fra i tanti momenti felici, anche se impegnativi, delle riprese del film, lo voglio ricordare soprattutto mentre rideva con tutti noi del cast, con spontaneità, girando la scena surreale in cui Valerio Mastrandrea e Isabella Ragonesi dopo molte peripezie incontrano finalmente Bepin Lievore il pittore montanaro che ho interpretato nel film. Anche questo personaggio è nato da lunghe e intense frequentazioni con Carlo e con alcune persone dell’altovicentino che ho frequentato per giorni interi e dalle quali ho preso ispirazione.

Prossimi appuntamenti in cui possiamo seguirti?

Al Teatro del Pane – che dirige con Ricky Bizzarro – fino a metà giugno con molte nuove proposte e nei mesi estivi in tournèe con Giuliana Musso e Patrizia Laquidara.

Per vedere il provino su improvvisazione di Mirko Artuso con Maria Roveran cliccate qui.

Per vedere una scheggia del film con Artuso cliccate qui.

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Silvia Gorgi è laureata in Scienze Politiche. Padovana doc, coltiva da sempre l’attività giornalistica. Scrive di musica, arte e letteratura per le pagine di Cultura e Spettacoli dei quotidiani del gruppo editoriale L’Espresso, Il Mattino di Padova, La Nuova di Venezia e Mestre, La Tribuna di Treviso e il Corriere delle Alpi, dal 2002. Dal 2012 scrive per ELLE Italia.
Speaker radiofonica, ha ideato Nordest Boulevard, nel 2009, programma radiofonico da lei condotto, su radio Sherwood, che indaga la realtà culturale del Nordest attraverso rubriche e talk show, ma che è diventato un progetto culturale per raccontare l’arte a Nordest a 360°, cinema, teatro, fotografia, arti figurative, per fare sistema.

Dopo la specializzazione in Giornalismo all’Università di Padova, è divenuta responsabile di uffici stampa per associazioni cinematografiche, sociali, culturali, eventi e case di produzione. È ideatrice del progetto Gitta Schilling-Bellezza senza tempo: cinema e fotografia uniti per raccontare la vita di una mannequin unica: esposizione-mostra nella prestigiosa galleria Infantellina Contemporary nel 2011 a Berlino, con foto e alla presenza di F. C. Gundlach e Walter Kober, fotografi di fama internazionale. Ha curato mostre di artisti legati al Nordest in Veneto e a Berlino fra il 2010 e il 2012. Presenta scrittori, registi, musicisti in eventi lungo il territorio e in particolare ha curato la presentazione di alcuni progetti cinematografici nello spazio della Regione nel corso della 67°-69°-70° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Dal 2010, Silvia vive fra Padova e Berlino.

Ama viaggi e ristoranti etnici, rock americano e nuove tendenze. Cocktail preferito: margarita.

Silvia Gorgi – who has written posts on Nordest Boulevard.