Luca Caserta: nuovi registi a Nordest

Luca CasertaLUCA CASERTA – NUOVI REGISTI A NORDEST

ARRIVA DA VERONA E CON I SUOI CORTI SI E’ FATTO NOTARE AL DAVID E A CANNES.

Ci parli della tua formazione? Hai frequentato la Scuola d’Arte Drammatica del Teatro/Laboratorio di Verona, parti dunque dal teatro…

Vengo in realtà da una famiglia di teatranti: sono cresciuto artisticamente e umanamente in seno al Teatro Scientifico – Teatro/Laboratorio di Verona, fondato da mio padre Ezio Maria Caserta, drammaturgo, regista e attore. Mia mamma e mia sorella sono a loro volta attrici e teatranti. In quell’ambiente creativo mi sono formato, entrando in contatto con attori, scrittori, registi, musicisti e prendendo parte fin da bambino a vari spettacoli teatrali nel ruolo di attore, senza però trascurare anche una formazione di tipo tecnico: ricordo, infatti, che intorno ai 7-8 anni, poco prima dell’inizio di una rappresentazione, mio padre mi mise per la prima volta a comandare il mixer audio e luci per supplire all’assenza del tecnico che all’ultimo momento non si era presentato (per ragioni che mi restano oscure). Aspetto tecnico e teorico hanno da allora sempre delineato il mio percorso. Mi rendo conto di avere avuto un’infanzia particolare, diversa da quella dei miei coetanei, in un ambiente libero e fantasioso, popolato talvolta da personaggi singolari. Spesso mi ritrovavo a fare i compiti sulla gradinata del teatro durante le prove di uno spettacolo, a dormire nei camerini, a seguire i miei genitori durante le lunghe tournée che ci hanno portato in vari paesi europei e americani per esibirci negli spettacoli, tra cui quello di “Commedia dell’Arte”, di cui mio padre era appassionato studioso ed esperto. Un ambiente libero e creativo, dicevo, ma non privo di regole ferree: fin da piccolo il teatro e con esso il lavoro dei miei genitori, mi hanno fatto capire il valore del sacrificio, dell’impegno, della serietà e dell’abnegazione necessari per svolgere questa professione: non esistono orari, né ferie, né tantomeno la possibilità di ammalarsi. Tutto è in funzione della creazione dell’opera. Una palestra importantissima, che tuttora è alla base del mio lavoro di regista. Dopo la laurea in Archeologia Preistorica e un diploma in Comunicazione e Multimedia, ho quindi deciso di intraprendere a mia volta la vita del teatrante, realizzando con il Teatro Scientifico testi e regie teatrali, alcuni dei quali pubblicati su riviste di settore. Tuttavia, sempre più affascinato dal mondo del cinema, a un certo punto ho deciso di cambiare rotta per studiare il linguaggio della macchina da presa. Mi sono quindi trasferito a Roma per frequentare l’Accademia di Cinema e Televisione di Cinecittà, dove mi sono diplomato Filmmaker, specializzandomi in regia e sceneggiatura cinematografica sotto la guida di Carlo Lizzani, Giacomo Scarpelli, Cristiano Bortone, Mario Brenta e Franco Brogi Taviani. Qui ho anche frequentato i corsi di cinema, ripresa e fotografia di Giuseppe Pinori, Giuseppe Berardini e Daniele Nannuzzi. Ho avuto inoltre l’opportunità di seguire alcuni seminari, tra cui quelli tenuti da Luis Bacalov, Carlo Verdone e Pupi Avati. Si è trattato di una formazione completa e molto rigorosa, importante sotto diversi punti di vista, che mi ha preparato tecnicamente e ha ampliato la mia visione artistica.

Quanto ritieni sia importante nell’attività di regista e filmmaker saper dirigere bene gli attori in scena? Mi viene in mente ultimamente David O. Russell, che in questo momento è in auge con “American Hustle”, ma in generale, se penso anche a “Il Lato positivo”, a “The Fighter”, riesce sempre a portare gli attori a delle performance eccellenti, spesso con candidature nei premi più importanti… quale parte dai tu rispetto alle riprese, al montaggio alla direzione degli attori?

Venendo dal teatro non posso non avere un occhio di riguardo per la performance attoriale, anche se in realtà ogni elemento è in ugual misura importante nella realizzazione di un film. Al di là di ciò, la capacità del regista di entrare in sintonia con l’interprete e creare con lui un’osmosi anche psicologica è una parte fondamentale del lavoro: nessuna tecnica è definitiva, perché nessun attore è uguale all’altro, poiché nessun essere umano è uguale all’altro. L’attore, così come anche il regista, porta infatti con sé il proprio vissuto personale ed emotivo, la propria sensibilità, oltre alla preparazione ed esperienza professionale. Credo quindi che un buon regista debba anche saper ascoltare chi gli sta di fronte: bisogna essere in grado di intuire il giusto interprete per ogni ruolo e ciò che le sue capacità interpretative siano in grado di offrire per le proprie esigenze. Non si può negare, però, che quando si ha per le mani un attore di talento, capace di gestire il flusso di emozioni che lo attraversano, si parte sicuramente avvantaggiati. Il Cinema è un lavoro d’équipe, ogni suo ingranaggio è importante per il funzionamento della macchina scenica, dall’attore al direttore della fotografia, dal fonico al montatore, dal produttore all’attrezzista. Il regista ha il compito di tenere le redini di questa compagine e dirigerla secondo le proprie esigenze espressive.

Il tuo ultimo corto l’hai definito di genere horror gotico. Che ne pensi del cinema di genere? Perché secondo te in Italia non si fa più o si fa poco? Da che fonte d’ispirazione nasce la sceneggiatura di “Dal profondo”?

Ho effettivamente realizzato due cortometraggi di genere: “Dentro lo specchio” (2011) è un neo-noir, mentre “Dal profondo” (2013) è appunto un horror gotico. Premesso che oggigiorno la definizione di “genere” è abbastanza aleatoria dato che c’è una ricca contaminazione, non era mia specifica intenzione fare dei film di genere. Mi sono servito del linguaggio noir e horror, perché esso per tradizione è fortemente metaforico e permette di essere utilizzato per parlare del presente e della realtà che ci circonda. I miei cortometraggi sono l’esito d’un percorso di ricerca e studio iniziato con i miei due ultimi spettacoli teatrali: “Otello – Altre verità” (2008) e “L’appuntamento” (2009). In questi testi ho affrontato tematiche di natura psicanalitica per analizzare le pulsioni interiori dell’individuo, ciò che si nasconde dietro la maschera dell’apparenza, l’archeologia della memoria e del pensiero, i demoni interiori che talvolta albergano dentro di noi. Tali aspetti sono confluiti anche nei miei due film: ne sono uscite storie a tinte forti, che ho sentito intensamente e caratterizzate da una precisa impronta stilistica. Per “Dal profondo” ho preso spunto dai racconti “I ratti nei muri” di H.P. Lovecraft e “La caduta della casa degli Usher” di Edgar Allan Poe: alcuni elementi di queste storie possono essere rintracciate nella mia. Inevitabili poi anche i riferimenti cinematografici, tra cui Stanley Kubrick (più quello di “2001: Odissea nello spazio” che quello di “Shining”, per le atmosfere asettiche che cercavo), “La casa” di Sam Raimi, “Hellraiser” di Clive Barker, ma soprattutto “Gli invasati” di Robert Wise, un film del 1963 bellissimo e da riscoprire. Era da tempo che desideravo tessere un racconto che ponesse al centro della narrazione quella che in gergo si definisce “casa organica”, ossia un edificio “vivente” in grado di esercitare il proprio influsso su chi entra al suo interno. Tutto questo, come dicevo, è in realtà un espediente simbolico per parlare d’altro. Non è vero che in Italia non si faccia più cinema di genere: in questi ultimi anni c’è una vera e propria rinascita che viene soprattutto dagli ambienti del cinema indipendente, con un fiorire di storie che riprendono la tradizione del giallo, del thriller e dell’horror nostrani, tanto ammirati e amati all’estero, per portarla verso nuovi orizzonti. Con i miei cortometraggi ho avuto modo di partecipare a vari festival nazionali e internazionali di genere e proprio in questi ambienti si nota un fermento anche italiano di tali tematiche. Più che altro sul nostro territorio manca forse una visibilità e una distribuzione adeguata per tali opere. Per quanto mi riguarda, il cinema di genere mi piace se di un certo tipo: non amo le storie troppo eccessive e truculente che virano sullo splatter. Mi piace un tipo di thriller più sottile e psicologico, incentrato su atmosfere e non detto: è quello che ho cercato appunto di fare con “Dal profondo”. Detto ciò, non mi considero un regista di genere. Il rischio nel fare film di questo tipo è quello di venire etichettati, mentre io preferisco sperimentare e spaziare tra modi e generi. I miei cortometraggi, come dicevo, sono l’esito d’un particolare percorso iniziato precedentemente.

Sia con questo corto che con il precedente sei stato selezionato in Festival e per premi importanti, per il David, a Cannes: a quando il primo lungometraggio? Ci parli anche della tua casa di produzione Nuove Officine Cinematografiche?

Uno degli aspetti che più mi affascinano dei cortometraggi è che essi permettono di testare tecniche narrative e stilistiche su una lunghezza più breve, spaziando tra i generi. Nel mio orizzonte vedo ancora quindi la forma del cortometraggio come mezzo di sperimentazione e ricerca, nonostante io stia ovviamente pensando a dei lungometraggi. A tal proposito ho già scritto alcuni soggetti e di un paio ho già pronto anche il trattamento: un thriller che riprende alcune delle tematiche di “Dal profondo” e un fantasy tratto da un mio precedente lavoro teatrale, la cui realizzazione in Italia credo sia difficoltosa, perché non c’è una grande tradizione produttiva per questo genere. Forse mi rivolgerò all’estero. Nuove Officine Cinematografiche è la casa di produzione che ho fondato nel 2011 come Sezione Cinema del Teatro Scientifico. Il suo scopo è realizzare opere indipendenti di qualità cinematografica anche con budget ridotti. Oltre ai collaboratori fissi, ci sono tutta una serie di professionisti a cui ci rivolgiamo a seconda di ciò che si deve: direttori della fotografia, fonici, montatori, sceneggiatori, compositori, etc. Oltre ai cortometraggi e ai documentari, un’altra sezione si occupa di videoclip, spot e promo. Insieme al Teatro Scientifico ci dedichiamo anche alla realizzazione di alcuni eventi (proiezioni cinematografiche e concerti). Stiamo crescendo un po’ alla volta. Abbiamo un sito web consultabile all’indirizzo www.noc-cinema.com e da poco abbiamo aperto anche un canale Youtube, sul quale a breve saranno caricati i miei due cortometraggi.

Stai lavorando come regista anche in maniera cross-mediale, ritraendo artisti d’arte contemporanea con progetti come “La fabbrica della tela” o raccontando le storie di giovani startupper:  perché trovi interessanti anche questi altri approcci registici?

Il documentario è una tipologia filmica estremamente interessante e affascinante, perché permette d’indagare la realtà che ci circonda e di scoprire situazioni e contesti sorprendenti e, talvolta, sconosciuti. In questi casi mi piace spesso appostarmi con la macchina da presa per catturare momenti di verità, come un cacciatore che aspetta la sua preda dietro a un cespuglio. “La fabbrica della tela” è un documentario che esplora il processo creativo di un’opera d’arte. Avevo in mente quest’idea da un po’ e, quando ho incontrato il pittore veronese Simone Butturini in occasione di una sua mostra, gliene ho parlato e lui ha accettato con entusiasmo. E’ un’opera di cui vado molto fiero, girata con un piccolo budget e nella quale mi sono occupato di ogni aspetto tra mille difficoltà realizzative: regia, sceneggiatura, fotografia, riprese, montaggio, suono in presa diretta, produzione e post-produzione… ossia, mi sono comportato da filmmaker indipendente in senso stretto. E’ un lavoro che mi ha permesso di sperimentare una serie di cose che cercavo da tempo, ma che preferisco non anticipare perché è tuttora inedito. “The pitch race” è l’altro documentario su cui stiamo lavorando e di cui ho curato regia, fotografia e riprese. Nasce da un’idea di Nicolò Gallio, autore anche della sceneggiatura. Racconta l’avventura di venti giovani startupper, “rinchiusi” per cinque giorni e altrettante notti sotto la guida di alcuni tutor all’interno di una ex-base NATO nel bosco di Allumiere, in provincia di Roma, con l’obiettivo di sviluppare il miglior progetto di startup in condizioni emotive talvolta portate all’estremo. L’avventura in realtà è stata anche nostra, dato che abbiamo seguito costantemente i ragazzi per tutta la durata del camp, sfidando animali notturni, fauna del bosco (quello di Allumiere è famoso per i cinghiali), temporali e fulmini. Attualmente siamo in fase di montaggio e prevediamo di fare uscire il documentario nel corso del 2014.

Siamo nel giorno della Notte degli Oscar, quali sono i film del 2013 che sono piaciuti a te? La scelta della “Grande Bellezza” l’hai trovata una sorpresa o te l’aspettavi e quali sono i registi che apprezzi?

Tra i film del 2013 che mi sono piaciuti c’è proprio “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino, un autore che apprezzo molto e di cui ho seguito la filmografia. Ho avuto modo di vederlo proprio a Cannes e l’ho trovato un film bello e importante per il nostro cinema: è un’opera intelligente, che smaschera ciò che sta dietro la facciata apparentemente scintillante delle cose, ma anche un racconto sulla nostalgia e sul tempo che passa, splendidamente diretto e interpretato. Il Golden Globe è più che meritato e speriamo che possa ottenere qualcosa anche dall’Academy Awards. Un altro film che ho molto amato è “Nebraska” di Alexander Payne, a sua volta presente (e premiato) a Cannes 2013: il film è intriso di un’ironia amara, è un’opera molto profonda e caratterizzata da una malinconia struggente, che rimane addosso una volta lasciata la sala. Pone anch’esso l’attenzione sullo scorrere del tempo e sulla memoria del passato, tematiche che ho trovato in parte presenti anche in “La migliore offerta” di Giuseppe Tornatore, un film bellissimo e intenso, scritto e girato in maniera egregia, dal sapore decisamente internazionale e ricco di colpi di scena. Ho poi trovato interessante “Stoker” di Park Chan-wook, soprattutto per le particolari scelte visive e di montaggio adottate, e il documentario “Springsteen & I” di Baillie Walsh, per la meravigliosa idea di utilizzare i video registrati dagli stessi fan, raccolti attraverso un’application indetta sul web, per raccontare la musica e la figura del grande cantautore statunitense e l’impatto che ha avuto nelle vicende personali di chi lo segue. Oltre a quelli già citati, ci sono vari registi italiani che apprezzo, legati soprattutto alla sfera indipendente del cinema italiano, dove si riscontra un certo fermento anche grazie alle possibilità offerte dalle nuove tecnologie digitali. Non dimentico però la lezione dei grandi maestri del passato e del presente: Fellini, Monicelli, Antonioni, i Taviani, Scola, Avati, la stagione del Neorealismo, di cui faceva parte anche Carlo Lizzani, uno dei miei maestri all’Accademia di Cinecittà, purtroppo scomparso di recente. Tra gli “stranieri” amo molto Kubrick (praticamente tutto quello che ha fatto), Wilder, Hitchcock, Miyazaki, Cronenberg, Lynch, Tarantino e Tim Burton. In realtà cerco di guardare più film possibile, in modo onnivoro e senza distinzioni di generi (come si capisce dai nomi che ho appena citato), perché credo che in ogni opera ci sia qualcosa da imparare, anche in ciò che non ci piace.

Per vedere il trailer di “Dal profondo” cliccate qui, mentre per vedere il trailer di “Dentro lo specchio cliccate qui.

Luca CasertaLuca CasertaLuca CasertaLuca CasertaLuca CasertaLuca CasertaLuca CasertaLuca CasertaLuca CasertaLuca Caserta

Silvia Gorgi è laureata in Scienze Politiche. Padovana doc, coltiva da sempre l’attività giornalistica. Scrive di musica, arte e letteratura per le pagine di Cultura e Spettacoli dei quotidiani del gruppo editoriale L’Espresso, Il Mattino di Padova, La Nuova di Venezia e Mestre, La Tribuna di Treviso e il Corriere delle Alpi, dal 2002. Dal 2012 scrive per ELLE Italia.
Speaker radiofonica, ha ideato Nordest Boulevard, nel 2009, programma radiofonico da lei condotto, su radio Sherwood, che indaga la realtà culturale del Nordest attraverso rubriche e talk show, ma che è diventato un progetto culturale per raccontare l’arte a Nordest a 360°, cinema, teatro, fotografia, arti figurative, per fare sistema.

Dopo la specializzazione in Giornalismo all’Università di Padova, è divenuta responsabile di uffici stampa per associazioni cinematografiche, sociali, culturali, eventi e case di produzione. È ideatrice del progetto Gitta Schilling-Bellezza senza tempo: cinema e fotografia uniti per raccontare la vita di una mannequin unica: esposizione-mostra nella prestigiosa galleria Infantellina Contemporary nel 2011 a Berlino, con foto e alla presenza di F. C. Gundlach e Walter Kober, fotografi di fama internazionale. Ha curato mostre di artisti legati al Nordest in Veneto e a Berlino fra il 2010 e il 2012. Presenta scrittori, registi, musicisti in eventi lungo il territorio e in particolare ha curato la presentazione di alcuni progetti cinematografici nello spazio della Regione nel corso della 67°-69°-70° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Dal 2010, Silvia vive fra Padova e Berlino.

Ama viaggi e ristoranti etnici, rock americano e nuove tendenze. Cocktail preferito: margarita.

Silvia Gorgi – who has written posts on Nordest Boulevard.