Me-We: il Saint Martin in documentario

Me-We: il Saint Martin in documentario“ME-WE ONLY THROUGH THE COMMUNITY”

IL SAINT MARTIN NEL DOCUMENTARIO DI MARCO ZUIN IL 18 DICEMBRE A MONTEBELLUNA, CINEMA ITALIA EDEN.

Undici i protagonisti del documentario “Me-We, only through community”, di Marco Zuin, che il 18 dicembre, alle 19  e alle 21, verrà proiettato a Montebelluna, al cinema Italia Eden, in collaborazione con il cineforum Gagliardi. Dopo la prima visione dello scorso 30 ottobre a Padova, torna in sala il progetto che racconta le quotidianità difficili della comunità del Saint Martin, voluto dalla Fondazione Fontana Onlus che si occupa di cooperazione internazionale – sedi a Padova e Trento – con cui il regista padovano collabora da anni. Il Saint Martin è una comunità presente a Nyahururu, sugli altopiani a nord del Kenya, fondata nel 1998 da Don Gabriele Pipinato, che nel corso degli anni ha raccolto attorno a sé oltre 1400 volontari che aiutano ragazzi di strada, malati, disabili. L’idea di raccontare le attività della comunità ha portato il regista con la sua casa di produzione VideoZuma in Kenya, con i collaboratori della Fondazione, dal 21 gennaio al 10 febbraio scorso, per girare un documentario che è stato finanziato in parte anche con il crowdfunding, raccogliendo più di 10 mila euro. Per scandagliare le fasi di realizzazione di “Me-We”, che vanta la colonna sonora della Piccola Bottega Baltazar, abbiamo intervistato il regista Marco Zuin e Luca Ramigni, che ha sviluppato insieme a Zuin, il soggetto.

Intervista a Marco Zuin, regista del documentario “Me-We”

Ci parli un po’ del tuo rapporto con la Fondazione Fontana?

Con la Fondazione Fontana abbiamo una sensibilità affine nell’affrontare argomenti e raccontarli. Loro si occupano di cooperazione internazionale e sensibilizzazione di varie aree anche in Italia, sono referenti per il Saint Martin, e la nostra collaborazione è nata 7 anni fa, grazie ad un’amica che lavora in Fondazione. Loro avevano bisogno di alcuni video e così ci siamo conosciuti. Il primo progetto, sviluppato in relazione alla WSA, world social agenda,  l’ho attuato con le scuole. Una serie di interventi nelle scuole su varie tematiche sociali, che sono poi i cosiddetti obiettivi del Millennio, decisi dalle Nazioni Unite, come ridurre la povertà, migliorare l’educazione primaria, ecc… Ogni anno la Fondazione affronta questi temi da un punto di vista argomentativo e io con i ragazzi faccio dei piccoli video in cui queste tematiche vengono elaborate.

“Me-We Only Thourgh Community” è la tua seconda esperienza africana ….

Da sempre la Fondazione lavora con l’Africa e con il Kenia, e l’anno scorso con Simona Simona AtzoriAzzorri – la ballerina senza braccia – siamo scesi per portare un messaggio di solidarietà e questa esperienza è stata documentata con vari video. Insieme a Simona ad accompagnarci c’era Luca Ramigni, che mi ha aiutato nella stesura del soggetto del documentario, che ha lavorato per molti anni al Saint Martin, e che conosce perfettamente la realtà locale. Con lui da sempre c’era il pallino di poter divulgare l’attività della comunità e di farlo anche per sensibilizzare e poter raccogliere fondi. Con Luca, oltre all’amicizia, c’era e c’è un sentire comune in relazione a come lavorare su certe tematiche, non facili da raccontare in video. Ci sono molte organizzazioni che si occupano di Africa, ma la cosa bella ed importante al Saint Martin è che sì ci sono volontari italiani, ma la comunità si fonda sui volontari locali, sono loro che sostengono il Saint Martin, che nasce certo dal giovane sacerdote missionario Gabriele Pipinato, che va lì nel 1995 e che da pochissimo è rientrato in Italia, si sviluppa però con la comunità autoctona.

Ci racconti “la tua Africa”?

Non volevamo con il documentario raccontare il solito Kenya, quell’immagine “pornografica”, fra virgolette, dell’Africa con il bambino con la mosca sugli occhi, denutrito, un’immagine spesso utilizzata per raccogliere fondi a fin di bene, certo, ma noi volevamo raccontare anche un’altra Africa che avevamo conosciuto. Io ho visto nella piccola porzione di Kenya che ho vissuto, in un’area grande più o meno quanto il nostro Veneto, una grande povertà che gravita attorno al territorio, realtà difficili da mandar giù, famiglie numerosissime che vivono dentro una capanna, dove c’è solo una donna a far fronte a qualsiasi cosa e la figura maschile è assente del tutto o per lunghi periodi – spesso gli uomini sono pastori e stanno lontano molto tempo – con un rapporto uomo-donna molto spiazzante. Però è una condizione molto semplice, in cui le divisione dei ruoli sono nette e fanno parte di quel mondo, mentre per il resto ho lavorato a contatto con i locali e si è creata un’amicizia al di là della differenza di nascita, con uno spirito di collaborazione che e non è così diverso da quello che nasce qui, anche se la loro realtà è più povera di beni materiali, semplicemente.

Ci parli di questo senso della comunità che è un tratto caratteristico ed essenziale del Saint Martin per come l’hai potuto cogliere tu, come soggetto esterno?

Il senso della comunità è la cosa che mi aveva colpito e che mi ha fatto tornare in Kenya. Di default è presente per reciproco soccorso, nel senso che se oggi tocca a me domani a te, sicché c’è un livello base di solidarietà forte. Poi lo spirito comunitario nel Saint Martin va al di là di questo livello base, perché è “faccio qualcosa perché mi cambia dentro”, il darsi e prendersi cura, anche tra poveri, di chi è più povero di te è un modo per essere felici. Questo cambiamento lo si vede, ad esempio, profondamente in June, la parrucchiera, una delle protagoniste del documentario, che ti dice: “sono molto contenta, prima mi dedicavo a un po’ di persone che c’erano nel paese, ma con il Saint Martin ho potuto sviluppare delle conoscenze, come la conoscenza dei diritti della donna che non sapevo e che prima solo intuivo.  Ora vado di capanna in capanna a trovare le donne, una ad esempio è agli arresti domiciliari perché non riusciva a star dietro ai suoi bambini e le porto delle cose, vedo come sta, le parlo di diritti.” Così June ogni settimana chiude il negozio e va a decine di km a monitorare e vedere come stanno queste persone, questo le restituisce gioia, una gioia che non provava. Poi non so c’è la storia di Grace, disabile da 8 anni con una paralisi alle gambe, che non veniva portata a studiare, poiché se non puoi andare a piedi non vai scuola e basta. Un vicino di casa che era stato ad un incontro del Saint Martin va dalla mamma di Grace e le racconta della possibilità di fare continuare a studiare la ragazza. Oggi, a 20 anni, Grace ha chiuso le superiori e vuole diventare avvocato e giudice per restare dalla parte delle persone più bisognose, è molto brava a scuola, e nel suo percorso il cambiamento attraverso la comunità è stato obiettivo. C’è uno scambio fra chi dà e chi riceve, si restituisce aiuto.

Avete in parte finanziato il progetto sostenendolo con il crowdfunding, ci parli anche di quest’avventura in rete?

Fra gennaio e febbraio con un piccolo budget siamo volati in Kenya ed abbiamo trascorso lì le tre settimane legate alle riprese, poi però per affrontare la post produzione, le traduzioni, le musiche, al nostro ritorno, si è pensato di coinvolgere lo spirito comunitario della comunità locale italiana che conosce il Saint Martin e della comunità web in generale per cercare di far conoscere questa realtà in tutto il mondo. Ci siamo informati su quale piattaforma utilizzare che permettesse l’uso di più valute possibili, abbiamo scelto ulele, che è italo-francese, e poi inseriti un po’ di dati e la promo, abbiamo lavorato parecchio per ottenere il raggiungimento dell’obiettivo, creando degli eventi ad hoc. E’ molto bello che chiunque oggi attraverso uno strumento come il crowdfunding possa decidere di partecipare ad un progetto, e per noi questo mezzo, per noi, intendo la realtà italiana, resta una sorta di novità, ma il risultato non è certo automatico. Noi abbiamo indicato come tempo tre mesi, entro cui  donare, e non è stato facile attraverso internet raccogliere la cifra prefissata, c’è sempre una sorta di alone di mistero per chi decide di partecipare con una quota, così abbiamo deciso di fare diverse tappe per far conoscere al meglio alle persone che potevano trovare interesse, il progetto. Abbiamo organizzato delle esposizioni di pannelli con le fotografie del racconto per immagini del Saint Martin nelle varie realtà vicine, abbiamo fatto delle serate per promuovere l’idea e lo spirito del documentario. Alla fine le persone vanno convinte, anche spiegare che realizzare il documentario è qualcosa di utile al di là del bisogno primario di dare da mangiare a queste persone ma ha una valenza più ampia perché divulga quanto si crea con la comunità, non è di per sé un concetto banale da far conoscere.

Come siete riusciti a entrare subito in contatto con le persone protagoniste del documentario?

Grazie a Luca che dopo aver vissuto per 5 anni in Kenya è stato un modo per arrivare subito alle persone senza ostacoli. Bisognava essere già integrati e con Ramigni abbiamo subito infranto quella barriera!

 

Intervista a Luca Ramigni – collaboratore di Fondazione Fontana

Quando e come hai iniziato a collaborare con Fondazione Fontana?

Sono fisioterapista e con il programma che si occupa di disabilità sono andato a svolgere la mia professione per un’esperienza distaccata al Saint Martin, partendo con mia moglie e i miei tre figli, dal 2004 al 2009, allora avevano 1-4-6 anni, e grazie anche all’aiuto del Cuamm che collaborava allora con la Fondazione. Lì ho fatto oltre che il fisioterapista, anche formazione, e ho coordinato un progetto negli ultimi anni di permanenza. Dopo il 2009, ho compiuto una scelta. Dove lavoravo prima mi avevano aspettato, ma dopo un’esperienza come quella fatta in Kenya, ho proprio fatto un cambio di vita, ho lasciato a quel punto il vecchio lavoro ed ho iniziato a collaborare con la Fondazione, così ora una volta all’anno vado a vedere come va il progetto del Saint Martin nel corso del tempo, e l’anno scorso con Simona Atzori si è sviluppato una sorta di “diario di viaggio”, producendo una clip al giorno, e poi con Marco l’idea del documentario ha preso piede.

Hai trascorso 5 anni della tua vita lì, come è stato poi tornare alla nostra realtà?

Ti dirò che è stato più difficile tornare che partire. Lì si stava bene, intanto da un punto di vista climatico, il Saint Martin è a 200 metri dall’equatore, sicché il clima è quello di una primavera perenne con piogge, i ragazzi si erano inseriti bene, a me mi piaceva il lavoro, Laura, mia moglie, accoglieva i visitatori assieme ai preti Mariano e Gabriele; poi decidi di rientrare per quello che offre Padova come istruzione futura e dai un senso al tuo rientro potendoti dedicare al Kenya da qui, ma in generale devo dire che sarei rimasto, che decidere di tornare non è stato affatto semplice.

Come si è svolto il processo creativo per il documentario “Me-We”, di cui tu hai curato il soggetto? Come sono stati scelti i protagonisti?

C’è stato tanto lavoro in un tempo strettissimo, poiché avevamo come tempo, visto il budget di partenza, quello di tre settimane, sicché tutta la preparazione c’è stata prima per arrivare lì con le idee chiare e subito operative. Il mio conoscere le persone prima, vista la mia esperienza sul posto, e l’aver individuato un tot di protagonisti è stato molto utile proprio per stare nei tempi. I protagonisti finali del documentario sono 11, alcuni delle persone individuate nei lavori di preparazione, con qualcuno in più, e mostrano nell’insieme non l’Africa classica, non “le sfighe”, ma raccontano certamente dei bisogni che ci sono, ma anche il bello che c’è. Ci sono anche cose che funzionano.

La comunità del Saint Martin…

Raccoglie attorno a sè più di mille persone, ognuno di loro sa di avere una risorsa, non importa se ha anche dei problemi. Esemplificativo da questo punto di vista è lo stesso Martin, ‘sto bocia (questo bambino in dialetto veneto) che ha problemi di apprendimento importanti, ma ha ‘sto sorriso bellissimo, che conquista e dà gioia a chi gli sta accanto. E’ stato trovato per strada, per questo si chiama Martin come il Saint Martin, perché è stato battezzato lì, e in una delle chiese locali una famiglia del posto si è resa disponibile per prendersene cura. E si pensava che la famiglia stesse facendo qualcosa di buono per il piccolo Martin, ma ‘sto bimbo con il suo sorriso, una volta inserito in famiglia, aveva preso l’abitudine di andare a prendere il tè dalla sorella del padre nella casa accanto. Sorella con cui il padre aveva avuto una serie di problemi e alla fine di ogni tè il piccolo Martin portava con sé una tazza. Finite le tazze la sorella si è vista costretta a presentarsi dal fratello per recuperarle e una volta avvenuto l’incontro fra loro, le vecchie incomprensioni sono state appianate e fratello e sorella sono tornati ad andare d’accordo. Così Martin è divenuto una risorsa per la famiglia che l’ha accolto, grazie a lui la famiglia è tornata unita.

Come lavora Fondazione Fontana con la comunità del Saint Martin?

Ci lavorano più di 80 persone, 20 tirocinanti, tutti gli altri sono keniani del luogo. In questo periodo c’è Don Mariano Dal Ponte, il nuovo direttore, due ragazze, una che resta lì due mesi per preparare la tesi di un master e una polacca, per il resto non ci sono altri cooperanti. Noi crediamo in una “cooperazione relazionale”, stiamo cercando di fare le cose assieme al Saint Martin, si cerca sempre più di fare cooperazione reciproca, per questo la prima del documentario l’abbiamo fatta quasi in contemporanea a Padova e in Kenya, solo con qualche ora di differenza.

E’ stato difficile girare cercando di far sentire le persone riprese a loro agio, il più possibile naturali seppur davanti ad una telecamera?

Davanti alla telecamera ti accorgi di quanto tempo ci vorrebbe per seguire le persone nella loro quotidianità, per davvero documentare la loro vita, sarebbe stato bello seguirle per un mese e poi ricavarne la quotidianità, insomma il tempo ha inciso, per essere naturali davanti ad una telecamera se non sei abituato c’è qualche difficoltà, ma poi c’è chi si abitua di più e chi di meno, in generale sono stati bravi.

Per una parte del budget del progetto avete utilizzato il crowdfuding…

Sì per una parte di budget ha contribuito la Fondazione e Video Zuma, ma poi con il crowfunding  attraverso la comunità è stato possibile sostenere il montaggio, la postproduzione, la traduzione e le musiche del progetto.  E’ stata un’esperienza utilizzare questo mezzo anche se poi se non unisci all’inserzione l’organizzazione di mini eventi, come quelli fatti ad esempio a Padova all’Osteria Fuori Porta o nelle biblioteche comunali per raccontare l’idea ed allargare il raggio d’azione non riesci a concretizzare l’obiettivo. L’annuncio sul sito web va alimentato.

Ci racconti la scelta del titolo?

Il titolo nasce da un documentario su Muhammad Ali che ho visto qualche tempo fa, in cui c’è il giornalista che per descrivere com’era Alì, ricorda un episodio di quando il pugile ospite ad Harvard viene invitato da tutti a dire una poesia, e questo omone dice “me-we”, allargando le braccia da lui agli altri, a noi, dando  proprio il senso della vita. Poi in inglese la m rovesciata a 180° diventa una w. Insomma questo senso mi pareva perfetto per il documentario.

Prossimi sviluppi del progetto?

L’idea è di fare un libro e dvd, ad ogni personaggio assoceremo una parola chiave, le foto e il video e il senso della parola. All’interno del dvd abbiamo fatto due clip di 10 minuti con due dei protagonisti, George e Grace, in una sorta di speciale e poi abbiamo inserito 10 min anche dell’avventura dell’anno precedente con Simona Atzori.

Il trailer del documentario di Marco Zuin lo trovate cliccando qui.

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Silvia Gorgi è laureata in Scienze Politiche. Padovana doc, coltiva da sempre l’attività giornalistica. Scrive di musica, arte e letteratura per le pagine di Cultura e Spettacoli dei quotidiani del gruppo editoriale L’Espresso, Il Mattino di Padova, La Nuova di Venezia e Mestre, La Tribuna di Treviso e il Corriere delle Alpi, dal 2002. Dal 2012 scrive per ELLE Italia.
Speaker radiofonica, ha ideato Nordest Boulevard, nel 2009, programma radiofonico da lei condotto, su radio Sherwood, che indaga la realtà culturale del Nordest attraverso rubriche e talk show, ma che è diventato un progetto culturale per raccontare l’arte a Nordest a 360°, cinema, teatro, fotografia, arti figurative, per fare sistema.

Dopo la specializzazione in Giornalismo all’Università di Padova, è divenuta responsabile di uffici stampa per associazioni cinematografiche, sociali, culturali, eventi e case di produzione. È ideatrice del progetto Gitta Schilling-Bellezza senza tempo: cinema e fotografia uniti per raccontare la vita di una mannequin unica: esposizione-mostra nella prestigiosa galleria Infantellina Contemporary nel 2011 a Berlino, con foto e alla presenza di F. C. Gundlach e Walter Kober, fotografi di fama internazionale. Ha curato mostre di artisti legati al Nordest in Veneto e a Berlino fra il 2010 e il 2012. Presenta scrittori, registi, musicisti in eventi lungo il territorio e in particolare ha curato la presentazione di alcuni progetti cinematografici nello spazio della Regione nel corso della 67°-69°-70° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Dal 2010, Silvia vive fra Padova e Berlino.

Ama viaggi e ristoranti etnici, rock americano e nuove tendenze. Cocktail preferito: margarita.

Silvia Gorgi – who has written posts on Nordest Boulevard.




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