Lo stile di Marco Pettenello

Lo stile di Marco Pettenello

LO STILE DI MARCO PETTENELLO.

SCENEGGIATORE PER MAZZACURATI E SOLDINI, FIRMA LA SCENEGGIATURA NE “LA PRIMA NEVE” DI ANDREA SEGRE, IN CONCORSO, E IN “ZORAN” DI MATTEO OLEOTTO, SELEZIONATO ALLE GIORNATE DEGLI AUTORI – 70° EDIZIONE DELLA MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA.   

“Le storie scritte da Marco Pettenello hanno al centro Personaggi alla ricerca di una via Personale alla felicità, in questo Nordest prima ricco e ora in crisi. Il suo è uno sguardo partecipe e affettuoso ma mai accondiscendente, nel tratteggiare una società carica di contraddizioni e conflitti”: queste le motivazioni della giuria che gli hanno fatto vincere, a luglio 2013, il premio Gamba, per la creatività e il territorio. In queste parole si racchiude uno stile. Uno stile che contraddistingue una serie di pellicole, quei “tocchi” all’interno di una sceneggiatura che ti fanno dire: “sembra scritta da Pettenello” e poi andando a controllare lo ritrovi fra le firme dello script. Da “La lingua del Santo”, del 2000, film con cui ha esordito alla sceneggiatura, passando per “La Passione”, “La Giusta Distanza”, tutti di Carlo Mazzacurati, a “Il comandante e la cicogna” di Silvio Soldini, al caso di due anni fa “Io sono lì” di Andrea Segre e ad oggi, alle due pellicole, che fanno parte della 70° edizione della Mostra del Cinema di Venezia, che si sta svolgendo in questi giorni: “La prima neve” sempre di Andrea Segre, in concorso per “Orizzonti” e “Zoran, il mio nipote scemo”, di Matteo Oleotto, inserito nelle “Giornate degli Autori”. Fil rouge nelle pellicole la cifra stilistica di Pettenello, autore padovano, classe 1973.

E’ sempre difficile parlarne direttamente con il soggetto della domanda, ma ci proviamo comunque, in questi giorni in cui sei fra le firme degli sceneggiatori presenti all’ultima edizione della Mostra del Cinema di Venezia, parliamo della nascita del tuo stile, dai tuoi inizi alla situazione odierna, dopo le collaborazioni con i vari registi che abbiamo citato sopra, si può dire che in quello che scrivi emerge uno stile Pettenello? Da un determinato momento in poi ne hai acquisito consapevolezza? E poi ci puoi raccontare come hai affrontato questa professione, partendo direttamente dal suo esercizio, dalla pratica, visto che la tua formazione non è legata, ad esempio, a studi al  Centro di Cinematografia di Roma, ma piuttosto alla bottega di un maestro?

Sì, ho iniziato guardando gente molto brava che lavorava, ed è un approccio che consiglio a chiunque, anche se non è facile trovare l’occasione per applicarlo, mi piacerebbe in qualche modo fare lo stesso adesso con qualcuno di più giovane a cui poter insegnare il mestiere. Io ho imparato da Carlo Mazzacurati, credo di aver sviluppato uno stile partendo da lui, a cui ho aggiunto il mio approccio, il mio modo di guardare il mondo in maniera distaccata. Mi è molto servito da piccolo passare molto tempo al bar, mi ha molto segnato, mi piaceva moltissimo ascoltare le varie discussioni. Da ognuna emergeva un senso di sconfitta, cui si univa un tempo da far passare, il tempo perso e l’allegria che contraddistingue il bar. Ecco lì dentro credo si raccolga la vera anima del veneto. In relazione allo stile diciamo che per me funziona così, vedo le cose che vengono bene, e cerco di rifarle, sto molto attento alla gente che parla, per i dialoghi è fondamentale, poi le cose che senti le puoi anche cambiare e reinventare ma parti da un senso di realtà. Da piccolo raccontavo un sacco di balle in cui rigiravo le situazioni a mio favore, e in fondo è quello che continuo a fare adesso professionalmente. Ascolto la realtà, la cambio per “metterla a mio favore”, o meglio usarla dove mi serve. Il bar è spesso un punto di osservazione molto importante, poiché nelle discussioni non arrivano mai risposte, non si risolvono situazioni ma si parla di quel che si vorrebbe, di qualcosa in più e che poi non arriverà.

I tuoi script sono stati premiati, selezionati ai festival…quali sono gli elementi che ritieni imprescindibili in una storia, quelli che consigli quando parli hai ragazzi nei tuoi corsi di sceneggiatura?

L’anno scorso ho insegnato molto, e questo tema è stato motivo di riflessione degli ultimi mesi prima di iniziare le lezioni. E’ difficile insegnare a scrivere. Non funziona sai come quando prendi quei manuali americani con cui imparare a vendere, a sedurre, a smettere di fumare, che poi li leggi, e non riesci a risolvere il problema. Peraltro anche per la sceneggiatura ci sono manuali americani ma resta difficile sulla base di quelli imparare davvero a farlo. Quello che faccio io alla fine è fare cose pratiche, lì mi trovo molto più a mio agio. Dalla mia esperienza posso dire che per scrivere bisogna raccontare qualcosa a cui si tiene,  come vedi la vita, molti vogliono fare film su vampiri o serial killer, quello mi fa un po’ paura perché io ho fondato tutto sulla realtà. E parlare di quello per cui sento delle emozioni vere è molto più forte, mettere le cose della vita in un film. Insegnare a ragazzi con progetti precisi l’ho fatto facilmente, perché l’aspetto pratico si finisce per toccare subito; poi mi è capitato anche di tenere un corso all’Università di 36 ore, sai quei corsi in cui i ragazzi prendono appunti e tu parli, all’inizio l’ho trovato difficile, poi la chiave per me è stata far vedere pezzi di film, una serie di scene d’amore, una serie di inizi, i finali e così con l’innesto della questione pratica me la sono cavata! Insegnare è un mestiere a sé, per farlo è importante trovare una via personale. Io sono figlio di insegnanti e, alla fine, sentire prima o poi il bisogno di farlo, era inevitabile.

In “La prima neve” scrivi con Segre, in “Zoran, il mio nipote scemo” firmi la sceneggiatura insieme al regista Oleotto, e a Daniela Gambaro e Pierpaolo Piciarelli. Come si sono sviluppati questi lavori? In “Zoran” come vi siete divisi i compiti? Chi ha scelto le freccette?

Ne “La prima neve”, diciamo che il lavoro con Andrea è iniziato subito alla fine di “Io sono lì”, ci siamo chiesti quale film fare, e fin dall’inizio abbiamo lavorato insieme al soggetto. In “Zoran”, i tre colleghi avevano scritto una sceneggiatura senza di me. Sono tutti amici e ci conosciamo da tempo. La storia che avevano scritto era di questo bevitore di provincia, misantropo, profittatore, bastardo, che, contro la sua volontà, finisce per prendersi cura di un nipote sloveno, appassionato del cubo di Rubik. Quando si è entrati nell’ottica di realizzare il film, chiaramente mancavano soldi, e gli aventi i diritti del cubo chiedevano per il suo utilizzo una cifra spaventosa. Dopo questa prima fase di lavoro che presentava questo inconveniente, Gambaro e Piciarelli stavano sviluppando altri lavori ed anche per far entrare uno di nuovo, il lavoro è ripreso con Oleotto e il sottoscritto e siamo passati dal cubo di Rubik alle freccette. Una prima parte del lavoro con Matteo è stata rivedere la sceneggiatura con l’elemento delle freccette da uniformare lungo il testo, e cambiando tutta una serie di cose nelle scene e nella struttura. A quel punto sono ritornati Gambaro e Piciarelli per le ultime fasi della stesura e poi per la revisione finale. Sicchè il lavoro è stato collettivo con queste diverse fasi. Il mio incontro con Oleotto risale a Venezia a quando ero lì per il primo lavoro di Segre, a lui era piaciuto e in particolare gli erano piaciuti i dialoghi del bar, motivo per cui poi mi ha chiamato a collaborare.

In entrambi i progetti a Venezia c’è Giuseppe Battiston, in “Zoran” peraltro come protagonista, ci fai un tuo personale ritratto di Battiston…

È uno dei migliori attori italiani viventi e una delle più grandi risorse per noi che facciamo film. In “Zoran” per la seconda volta è protagonista, strano che gli sia capitato solo due volte, visto il suo talento. Giuseppe è un attore molto disciplinato, nel suo modo di lavorare c’è un grande rispetto nei confronti di quello che è scritto. Molti attori tendono a cambiarlo, a volte anche così, lui  invece è sempre capace di interpretare il ruolo senza alterare quello che c’era già. Il nostro rapporto è fatto di sei film fatti assieme, perché anche nel prossimo di Carlo Mazzacurati “La regina delle neve” c’è Battiston. Ci sono sei scene per lui e quando le vedi interpretate da lui, le ritrovi sempre più belle, e non succede per tutti. Poi per uno sceneggiatore è bello in un certo senso preparare la strada per gli attori che poi ci mettono dentro l’umanità, per sviluppare ulteriormente il lavoro. E per chi scrive sapere che poi arriva Giuseppe è sempre molto bello.

Il tuo rapporto con Matteo Oleotto per questa sua opera prima…

Ho trovato l’idea buona intanto perché Matteo si metteva a parlare di cose che conosce bene. Per me la migliore scelta da fare per un regista nel cinema è scegliere la verità, se parli delle cose di cui sai, ne risulta qualcosa di autentico e sincero. Poi Matteo si vede come lavora, non va in cerca troppo complessità, guarda all’umanità delle persone. Questo è un progetto che ha pochi soldi, ma grandissime passioni, è un’opera prima fatta con generosità, Oleotto si è circondato di persone amiche, da intendersi nel migliore dei modi possibili. E il merito della sua realizzazione, insieme a Matteo, va riconosciuto in Igor Prinčič, produttore del film, con Transmedia. C’è un elemento di territorialità molto forte, per lavorare insieme a loro, sono andato in Friuli, a Gorizia, abbiamo rivisto i testi, insieme alle persone, per ambientarmi ho parlato con loro, vissuto con loro, sono entrato nel loro ambiente sul piano emotivo ed è stata un’esperienza molto bella.

Com’è il Nordest di Marco Pettenello? Tu hai collaborato con molti autori del Nordest, dopo Mazzacurati (Padova), con Prandstaller (Padova), Segre (Padova), Oleotto (Gorizia), nei tuoi scritti c’è profondamente questo territorio ed anche molti aspetti kitsch che lo caratterizzano, quasi pulp, si passa dal culto del Santo, con la sacralità della sua lingua, alle freccette, all’osteria, hai anche ricevuto il premio Gamba che unisce due aspetti in particolare creatività e territorio, questo Nordest è una sorta di far west italiano, in cui può succedere di tutto?

Direi che è più spregiudicato di altre zone d’Italia, sbilanciato, succedono cose strane, si esce di più dalla norma, c’è più follia, io ho vissuto a Roma, a Bologna, in Toscana, l’Italia l’ho abbastanza girata ed anche se non abito più a Nordest, diciamo che come posto se devi raccontare storie finisce, proprio per i suoi estremi, le sue contraddizioni, ad essere interessante. Da un certo punto di vista ora che vivo a Bologna potrei dire che rispetto a Padova c’è un miglioramento, a Padova sono tutti insoddisfatti, vorrebbero che il mondo assomigliasse di più a quello che vogliono loro, se ascolti le persone per strada e nei luoghi di ritrovo sono tutti indignati dagli altri. Io appartengo ad una famiglia di comunisti di Padova e son sempre lì che si lamentano perché vorrebbero qualcosa di diverso dalla realtà presente, insomma la quantità del tempo speso nel “pensiero critico” verso gli altri è enorme, a Roma gente passa poco tempo a giudicare gli altri, magari è più molle, meno dinamica e conflittuale ma giudica meno e ci sono meno storie interessanti da raccontare. Poi Padova per me è casa mia, ed anche se non ci abito da tanto, ci tengo a raccontarla e a raccontare quel territorio.

Gli elementi territoriali in “Zoran, il mio nipote scemo” sono molti forti – nell’ambientazione, nella storia, nella scelta degli osmiza – ed “escono” pure dal film, entrando nella realtà, visto che parte del finanziamento per la sua realizzazione è passata da un crowd funding che regista e produttore hanno posto in essere con i produttori di vino friulano. Come sceneggiatore, che ne pensi di queste nuove idee per produrre film, ed anche del turismo cinematografico possibile grazie alle storie narrate con il cinema? sono una via di uscita dalla crisi? Una tua riflessione..

Tradizionalmente in Italia il cinema si faceva solo con grossi finanziamenti Rai, prima, Medusa poi e con le  multinazionali. I grossi finanziatori erano romani o romacentrici. Questo sistema è entrato in crisi, un po’ per la parte legata ai finanziamenti statali e un po’ in generale per la crisi, una volta c’erano più soldi e tutta quella quantità di soldi confluiva in due tre-quattro luoghi di Roma dove si girava. Oggi il modo di fare cinema, o di finanziare cinema, e i rapporti che produttore può avere per raccogliere i finanziamenti sono  meno monopolistici, aiutati dall’introduzione di norme per facilitare la tax credit e tax shelter, che hanno reso più facile fare film per avere come investitore dei vantaggi fiscali ha reso possibile uno sviluppo di “film in periferia” come questi due: ne “La prima neve” la società di Padova, la JoleFilm, ha utilizzato il tax credit e “Zoran” a Gorizia. Insomma con i soldi che sono diminuiti ovunque anche il sistema centralizzato è entrato in crisi e in parte si è decentralizzato. Per il film friulano oltre ai contributi dal Ministero si è vagliata tutta una serie di altre possibilità, come gli osmiza, quindi le produzioni locali per finanziare il film. Stiamo comunque parlando di due film a basso costo. In generale si potrebbe dire che il nostro mestiere diventa un mestiere in cui si guadagna meno ma che grazie alla centralizzazione si continua a farlo.

Un paio di settimane fa è mancato Elmore Leonard, romanziere americano, la cui scrittura spesso è stata utilizzata nel cinema, che si caratterizzava per una narrazione con punto di forza nei dialoghi ben riusciti. Nelle tue sceneggiature, fra caratterizzare i personaggi, rendere i dialoghi particolarmente incisivio… su cosa punti sempre?

I dialoghi spesso nei miei lavori sono venuti bene, sicchè come un calciatore che sa di essere capace di dribblare e sa che quella è una sua abilità, punto su quelli anche se puoi avere il problema che ti affidi troppo a quello in cui riesci e magari trascuri altre potenzialità. A parte i dialoghi, dunque, sono molto attento alla forma di ogni scena, che devono essere un racconto a sé, con un inizio, un punto principale e una chiusura, da unire il tutto con una certa eleganza. A volte in favore di uno sguardo che racconta è meglio rinunciare al dialogo, o cercare sempre un modo per non usarli per rendersi conto quando il loro uso è fondamentale, dà qualcosa di più. Far dire ad un personaggio sempre le solite frasi, come modo per caratterizzarlo è sicuramente una tecnica usata, ma mi suona un po’ vecchia, diciamo che ci sento l’artificio, mentre può essere interessante caratterizzare un personaggio con l’atteggiamento emotivo e se cambia, cambia in base a qualcosa che viene raccontato, oppure a volte sono efficaci anche personaggi che non parlano mai o dicono sempre la stessa parola e basta.

Hai vissuto in Gran Bretagna, Argentina e Spagna, sei anche traduttore, hai tradotto Thomas Hardy e Robert Louis Stevenson, sono state solo delle occasioni o invece è un percorso lavorativo che ti piace mantenere vivo insieme alla sceneggiatura?

Mi piace molto di più inventare le storie, credo che questo sia un lavoro per cui sono adatto, mentre i lavori di traduzione, alcuni importanti, sono state delle occasioni, mi sono anche molto serviti, ad esempio per cercare costantemente la frase giusta nelle traduzioni, far scivolare le parole e i concetti in maniera fluida evitando goffaggini sono stati esercizi utilissimi. Aiutano ad abituare l’orecchio alla formazione di frasi che “vanno via” fluentemente, e come “dialoghista” è molto importante. I miei lavori di traduzione di fatto risalgono al periodo in cui ho vissuto a Roma e volevo scrivere, e in attesa di lavori di quel genere, con il mestiere di traduttore mi sono potuto mantenere, mi ha consentito di tirare avanti. Volevo però anche farlo bene, è un bel mestiere, ti lascia i tuoi spazi, lo puoi fare a casa, la notte se ti concentri meglio, ti dà soddisfazione, ti puoi dedicare ad un oggetto preciso e lo puoi fare bene, c’è un artigianato della scrittura in tutto questo. La mia conoscenza dell’inglese è legata in primis ad aver trascorso in Inghilterra, in un collegio gli ultimi due anni delle superiori, io facevo il liceo scientifico Cornaro a Padova e la IV e V superiore l’ho fatta appunto in trasferta, anche la maturità in questa scuola internazionale. Anche per questa mia esperienza passata inserisco spesso nelle sceneggiature dei personaggi di stranieri, ad esempio la cinese in “Io sono lì”, e la sensazione di quando arrivi in un posto, e non capisci niente. Per carità io in Inghilterra diciamo che ci sono andato da ricco, rispetto ai personaggi, ma la sensazione di non parlare la lingua e di cercare le parole che goffamente cerchino di dire quello che devi dire resta la stessa.

Hai compiuto 40 anni il 30 agosto, il tuo futuro lo vedi sempre nella sceneggiatura, o hai mai pensato di scrivere un romanzo o dirigere un film?

Non lo so, mi sento abbastanza a mio agio nella sceneggiatura, è un mestiere a metà fra lo scrittore e il regista, è un mestiere di per sé  e per gli attori e i registi puoi diventare molto bravo. Diciamo che il mio desiderio potrebbe essere scrivere da solo per il cinema, l’ho fatto molto spesso in compagnia, ed ora ho molta voglia di scrivere da solo. Per quanto riguarda la letteratura mi impaurisce molto questo aspetto: le parole che scegli sono le ultime, poi verranno pubblicate. Nella sceneggiatura non è così, dopo di te c’è un altro che prende quelle parole e le porta più in là. Insomma per il momento non mi interessa abbastanza.

Per vedere il trailer de “La Prima Neve” clicca qui

Per vedere il trailer de “Zoran, il mio nipote scemo” clicca qui

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Silvia Gorgi è laureata in Scienze Politiche. Padovana doc, coltiva da sempre l’attività giornalistica. Scrive di musica, arte e letteratura per le pagine di Cultura e Spettacoli dei quotidiani del gruppo editoriale L’Espresso, Il Mattino di Padova, La Nuova di Venezia e Mestre, La Tribuna di Treviso e il Corriere delle Alpi, dal 2002. Dal 2012 scrive per ELLE Italia.
Speaker radiofonica, ha ideato Nordest Boulevard, nel 2009, programma radiofonico da lei condotto, su radio Sherwood, che indaga la realtà culturale del Nordest attraverso rubriche e talk show, ma che è diventato un progetto culturale per raccontare l’arte a Nordest a 360°, cinema, teatro, fotografia, arti figurative, per fare sistema.

Dopo la specializzazione in Giornalismo all’Università di Padova, è divenuta responsabile di uffici stampa per associazioni cinematografiche, sociali, culturali, eventi e case di produzione. È ideatrice del progetto Gitta Schilling-Bellezza senza tempo: cinema e fotografia uniti per raccontare la vita di una mannequin unica: esposizione-mostra nella prestigiosa galleria Infantellina Contemporary nel 2011 a Berlino, con foto e alla presenza di F. C. Gundlach e Walter Kober, fotografi di fama internazionale. Ha curato mostre di artisti legati al Nordest in Veneto e a Berlino fra il 2010 e il 2012. Presenta scrittori, registi, musicisti in eventi lungo il territorio e in particolare ha curato la presentazione di alcuni progetti cinematografici nello spazio della Regione nel corso della 67°-69°-70° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Dal 2010, Silvia vive fra Padova e Berlino.

Ama viaggi e ristoranti etnici, rock americano e nuove tendenze. Cocktail preferito: margarita.

Silvia Gorgi – who has written posts on Nordest Boulevard.