Muse: la scienza in versione pop

Muse la scienza in versione pop

MUSE: LA SCIENZA IN VERSIONE POP.

IL MUSEO DELLE SCIENZE NATURALI DI TRENTO INAUGURA UN NUOVO MODELLO DI DIFFUSIONE DELLA CULTURA, CHE INTEGRA  DISCIPLINE COME SCIENZA E DESIGN, ARCHITETTURA E ARTE, IN UN METICCIATO INNOVATIVO. E CONQUISTA 28.000 PERSONE.  

Un bagno di folla per la scienza. A fine luglio l’inaugurazione del nuovo Museo delle Scienze Naturali di Trento, il Muse ha riscosso un enorme successo. Un Museo visitor oriented, il Muse, che fa dell’essere pop un punto da cui non prescindere e su cui interrogarsi. L’architettura di Renzo Piano, l’esposizione innovativa, un coinvolgimento emozionale, una comunicazione che ha colpito nel segno. 28.000 le presenze stimate il giorno dell’apertura: “i ragionamenti sulla resa dei musei possono essere fatti da diverse prospettive, si può analizzare il museo come luogo di frequentatori  sia dal territorio che fuori, come attivatore di economie, come centro di ricerca ed educativo. Noi con il Muse ci teniamo in particolare ad una di queste – ci racconta il direttore Michele Lanzinger – a  quello che lega questi luoghi all’identità del territorio cui appartengono. Una prospettiva che viene attribuita in genere ai musei storici, ma direi che con il Muse è perfetta. Qui si parte dal sentimento di conservazione della natura, questo caratterizza il nostro modo di essere, insieme allo sviluppo tecnologico del progetto di vita di un territorio, in dinamiche contemporanee. I mestieri della scienza e tecnologia sono importanti per la sostenibilità dello sviluppo come paradigma del futuro; poi, in un secondo momento, si può valutare come un museo possa anche essere attrattivo per le economie e le culture, e pure questa  è una dimensione oramai acclarata e l’inaugurazione ce l’ha dimostrato. Restiamo comunque con i piedi per terra. Per innovazione, per qualità architettonica, e per la restituzione di un museo al suo territorio è anche logico aver attirato molti visitatori, bisogna anche tener conto che siamo nel mezzo di una stagione turistica, e che c’è stata una dimensione virale di passaparola degli uffici stampa che ci sta dando grande soddisfazione ed ha permesso ad ora un’intensa frequentazione del Muse.”

Dopo la conferma di un pubblico accorso in massa, come se si trattasse dell’ultimo concerto rock in circolazione, felice di partecipare ad un evento cui poter dire “io c’ero”, il Muse si candida ad essere una sorta di modello, cui ispirarsi per concretizzare delle politiche sul territorio – è stato costruito sulla ex zona industriale della Michelin valorizzandola, il progetto dello spazio è ecosostenibile e tecnologico – come esempio di una struttura fortemente radicata localmente e al contempo totalmente aperta a livello globale: “sì, potrebbe essere un modello, in riferimento soprattutto alla sua plasticità – continua Lanzinger – il Muse è una grossa struttura di ricerca, ha una rete territoriale che unisce 10 realtà differenti, ha un architetto che è uno dei più rilevanti al mondo, la sua rentability è alta. Lo sono le condizioni di partenza e i costi di gestione, ma è soprattutto un centro di interpretazione, sicchè sotto questo punto di vista, il modello che propone potrebbe venir applicato anche in un piccolo comune, anche in una città media. Meticciare la componente scientifica con quella culturale, sociale, educativa permette di togliere un po’ di polvere alle strutture vecchie di un secolo. E pensare a questa struttura come possibile, in una scala che scende, è un elemento importante. Se ci sono persone motivate e una struttura locale interessata, se si inizia una conversazione con comunità, anche se in un’area inferiore, a livello di portata, è sicuramente applicabile. Non è legata solo a città capitali o a regione con autonomia di gestione, la sua forma è il polimorfismo e comunque l’esser  stato un buon progetto, sennò Trento non ci avrebbe certo investito, sicchè non c’è un territorio che non possa essere meritevole di interesse e non c’è una struttura che non si meriti di affrontare questa sfida.”

Il linguaggio, utilizzato per rendere fruibili le conoscenze scientifiche, all’interno dello spazio, si basa sul far sperimentare direttamente all’osservatore, sul fornire al pubblico risposte semplici a domande complesse; avvicina, dunque, il visitatore senza impaurirlo: “mi piace definire il Muse pop divulgativo, potrei usare un’immagine a tal proposito: come sono le persone invitate ad un pranzo di galà cui arrivano vestiti in maniera impeccabile dopo l’ultima grappa? È più importante l’apparenza o la sostanza? Noi siamo molto partecipativi e sinceri, il Muse è una sorta di grande macchina di conversazione, lo stiamo osservando in questi giorni, la gente passa perché c’è l’aria condizionata e può respirare un po’, poi si scambiano opinioni, si guardano negli occhi e sorridono raccontandosi l’ultima volta che hanno visto il capriolo in montagna. Fa venir fuori le storie, da parte di chiunque, dalla contessa a mio zio che lavora alle ferrovie. Emerge l’esperienza che si abbina a qualcosa che non conoscevo, che imparo e che poi vado a raccontare.” L’elemento di esplorazione è molto forte all’interno della struttura espositiva, in spazi o strumenti come, la “ Palestra della Scienza”, il “Maxi-Ohh!”, “eXsplora”, il “Muse Fab Lab”: “l’esplorazione è uno degli elementi fondamentali. Il Muse in fondo è un luogo di attività, dove ti metti in gioco, tu sei il protagonista dell’esperienza. Alla fine è più divertente, è come andare a cena fuori o preparare la cena per gli amici. Nel prepararla c’è sicuramente l’impegno ma esprimi te stesso, o quando vai a correre e ti viene fuori l’endorfina.” Il percorso espositivo del Muse è interattivo e multimediale, non esistono teche, e si usa la metafora della montagna per raccontare la vita sulla Terra. Si inizia dalla cima, dove terrazza e piano 4 fanno incontrare al visitatore sole e ghiaccio, poi si scende ad approfondire le tematiche delle biodiversità, della sostenibilità, dell’evoluzione; fino al piano interrato e alla meraviglia della serra tropicale: “sul percorso espositivo posso dire quasi tecnicamente che ci sono zone più o meno visitate. E noi abbiamo degli obiettivi e li stiamo valutando, anche se è interessante capire se i vari percorsi, non so, ad esempio, l’esplorazione delle montagna dall’uomo Neanderthal, inserendoci dentro il Fab Lab, se viene colta o meno dai nostri visitatori, se l’artifizio intellettualistico regge o meno, se le zone internazionali, dove i ragazzi giocano e costruiscono, funzionano o no.”

E dopo la maratona di ventiquattro ore che ha visto, lo scorso 27 luglio, al Muse arrivare l’Orchestra Haydn di Trento e Bolzano ma pure Frankie Hi-nrg e Niccolò Fabi, le storie di Ascanio Celestini, le presenze di scienziati come Telmo Pievani, Giulio Giorello e di divulgatori come Patrizio Roversi e Carlo Massarini, il museo si sta già preparando ai prossimi eventi: “il Muse, oltre che luogo espositivo, anche se è meno noto, è un luogo di ricerca scientifica, un istituto di ricerca anche applicativo per la gestione ambientale del Trentino, si sta preparando a fine agosto per la riunione degli evoluzionisti italiani, poichè i discorsi sulla componente molecolare nell’interpretazione evoluzionistica fanno parte del nostro percorso, e gli istituti di ricerca per i quali la diffusone dell’oggetto di ricerca è fondamentale, si riuniranno per comunicare lo stato dell’arte. La scienza senza la sua comunicazione è come la musica tenuta nel cassetto, anche i ricercatori, oltre che comunicare fra loro, in via secondaria devono far conoscere alla gente i loro studi, sicchè ci saranno appunto delle sessioni di interpretazione per presentare la ricerca italiana. E a settembre ci sarà la notte dei ricercatori, università e  istituti di ricerca, dal pomeriggio alla notte, riuniti in un team, presenteranno l’attività di ricerca al pubblico; infine partiranno nei fine settimana degli appuntamenti specifici in cui la componente scientifica verrà “meticciata” con i nuovi linguaggi teatrali.”

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Silvia Gorgi è laureata in Scienze Politiche. Padovana doc, coltiva da sempre l’attività giornalistica. Scrive di musica, arte e letteratura per le pagine di Cultura e Spettacoli dei quotidiani del gruppo editoriale L’Espresso, Il Mattino di Padova, La Nuova di Venezia e Mestre, La Tribuna di Treviso e il Corriere delle Alpi, dal 2002. Dal 2012 scrive per ELLE Italia.
Speaker radiofonica, ha ideato Nordest Boulevard, nel 2009, programma radiofonico da lei condotto, su radio Sherwood, che indaga la realtà culturale del Nordest attraverso rubriche e talk show, ma che è diventato un progetto culturale per raccontare l’arte a Nordest a 360°, cinema, teatro, fotografia, arti figurative, per fare sistema.

Dopo la specializzazione in Giornalismo all’Università di Padova, è divenuta responsabile di uffici stampa per associazioni cinematografiche, sociali, culturali, eventi e case di produzione. È ideatrice del progetto Gitta Schilling-Bellezza senza tempo: cinema e fotografia uniti per raccontare la vita di una mannequin unica: esposizione-mostra nella prestigiosa galleria Infantellina Contemporary nel 2011 a Berlino, con foto e alla presenza di F. C. Gundlach e Walter Kober, fotografi di fama internazionale. Ha curato mostre di artisti legati al Nordest in Veneto e a Berlino fra il 2010 e il 2012. Presenta scrittori, registi, musicisti in eventi lungo il territorio e in particolare ha curato la presentazione di alcuni progetti cinematografici nello spazio della Regione nel corso della 67°-69°-70° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Dal 2010, Silvia vive fra Padova e Berlino.

Ama viaggi e ristoranti etnici, rock americano e nuove tendenze. Cocktail preferito: margarita.

Silvia Gorgi – who has written posts on Nordest Boulevard.